Home > Causes > METALMEZZADRO

Nel giro di tre anni, dal 2000 al 2003, il tessuto agricolo regionale ha perso un quarto delle proprie imprese. Un vero e proprio crollo che ha precise motivazioni e che, in fin dei conti, è componente essenziale di un processo di rigenerazione del settore. Chiudono, infatti, le aziende gestite da una sola persona, spesso anziana. Chiudono le aziende part-time, dove il conduttore svolgeva l’attività agricola ereditata dai genitori, ma nel contempo era occupato in un’attività professionale principale ben diversa (i famosi “metalmezzadri” del boom economico nordestino). Chiudono anche molte stalle, con pochi capi di bestiame, per colpa delle quote latte, del crollo del prezzo del prodotto e per la mancanza di ricambio generazionale. Si salvano, invece, le realtà più strutturate. Si consolidano quelle con maggiore superficie coltivata, quelle che hanno saputo diversificare la propria attività per esempio con l’agriturismo, quelle che hanno accorciato la filiera trasformando direttamente in azienda i prodotti vegetali e animali e proponendoli al commercio al dettaglio o con un proprio spaccio. L’agricoltura, quindi, sta cambiando profondamente volto. Nel periodo preso in esame dall’indagine dell’Istat, cioè il triennio fino al 2003, la parte del leone nei nostri campi l’hanno continuata a fare i seminativi (soprattutto granoturco, frumento, soia) che rappresentano il 66,8% del totale coltivato, anche se in leggera flessione del 3,5 per cento. Crescono, invece, le tipologie vegetali permanenti (frutteti e vigneti), raggiungendo una percentuale prossima al 10% della superficie complessiva coltivata. Nel settore zootecnico chiamare la ristrutturazione un’ecatombe, potrebbe suonare eufemistico: calo nel triennio delle aziende del 70%, riducendo il numero a 4.145. Contemporaneamente aumenta il numero di capi bovini, suini e avicoli (diminuiscono le altre razze) segno inequivocabile della crescita dimensionale delle stalle che rimangono competitive. Minori nel numero, ma più grosse, quindi. Altro fattore di cambiamento è quello occupazionale. Risultano 56.023 i lavoratori impegnati a vario titolo nell’attività agricola della nostra regione. La chiusura di un gran numero di aziende è motivato dal raggiungimento di limiti di età da parte degli stessi contadini. Il numero di conduttori, infatti, è sceso del 23 per cento, pur continuando a rappresentare il 44,7 per cento dell’intera forza lavoro. Scende contestualmente anche la partecipazione del coniuge, mentre quella dei parenti, seppur per valori assoluti minimi, è in risalita. È vero boom dei dipendenti, occupati in realtà imprenditoriali sempre più strutturate. Ma si tratta di assunzioni in gran parte a tempo determinato, pari al 17,8% della forza lavoro del settore e con una crescita nel periodo preso in esame del 74,7 per cento. L’ultimo fenomeno preso in esame dall’analisi statistica riguarda le attività collaterali dell’azienda. Accanto al core business agricolo o zootecnico, si aggiungono iniziative agrituristiche o di trasformazione dei prodotti alimentari, con lo scopo di accorciare la filiera e quindi trattenere maggiore valore aggiunto in azienda. Questo avviene nella nostra regione in 1.421 casi: ancora troppo pochi, purtroppo.

 

Google+